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Le ragioni della decrescita

Di Furio Stella, tratto da La Biolca

Dall’etica alla tecnologia e alla trasformazione degli stili di vita: parla il leader e fondatore del Movimento per la Decrescita Felice. “Meno è meglio, ecco come si può cambiare”.

Le ragioni della decrescitaMa chi gliel’ha fatto fare a un professore di letteratura in pensione, per giunta romano, di trapiantarsi in una cascina fra le colline astigiane del Monferrato, e di diventare uno studioso – scientifico anziché letterario – di tecnologie ambientali? Nessuno. Gli è venuto in mente da sé. «Sono venuto in Piemonte perché ho sposato una piemontese, ma anche per l’esigenza di applicare nella mia vita concetti in cui credo come l’efficienza energetica e l’autoproduzione di beni», dice Maurizio Pallante, 65 anni, leader e fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, la colonna italiana della decrescita economica a cui è arrivato di pari passo (o forse prima ancora) con il “guru” mondiale Serge Latouche.

«Io Latouche l’ho conosciuto nel 1994, grazie al direttore editoriale della Bollati Boringhieri che aveva pubblicato i nostri libri, e nessuno dei due parlava ancora di decrescita», ricorda Pallante, che è scrittore e saggista ma anche molto d’altro: è stato per esempio consulente di efficienza energetica per il ministero dell’Ambiente, assessore “verde” all’Energia ed Ecologia del Comune di Rivoli e, volendo, persino “agricoltore e poeta” come l’ha definito Serena Dandini in un’intervista Rai di alcuni anni fa a “Parla con me”. Anche se Pallante, nonostante l’orto su cui coltiva e autoproduce con pollaio e alberi da frutta annessi, e nonostante i quattro libri di poesie pubblicati (più di dieci invece quelli a carattere eco-tecnologico, l’ultimo dei quali, “Meno e meglio” edito nel 2011 dalla Bruno Mondadori), sul divano rosso più famoso d’Italia aveva preferito schermirsi: «Be’, adesso non esageriamo…».

Dalla letteratura ai problemi energetici. Dalla teoria ambientalista alla dura prassi di pannelli solari, coibentazione edilizia, rigoroso utilizzo di fonti rinnovabili, autoproduzione agricola, etc. sperimentata in prima persona nel suo trasferimento a Nordovest. Percorso lento e non sempre agevole. La scintilla è scoccata quasi trent’anni fa, all’epoca in cui Pallante aveva aderito («Per motivazioni etiche: non si possono ignorare la crisi ecologica e l’ingiusta ripartizione delle risorse fra popoli poveri e popoli ricchi») alla federazione delle liste verdi di cui era stato anche uno dei fondatori.

«Quando ho iniziato questo mio impegno – racconta – ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada il direttore del centro ricerche Fiat, l’ingegnere Mario Palazzetti, che mi ha insegnato una cosa fondamentale e cioè che per affrontare il problema energetico, il più grave dei problemi ambientali, la strada principale non era la sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili ma la riduzione degli sprechi. Siccome noi sprechiamo circa il 70% delle energie che produciamo, il sistema energetico è come un secchio bucato che uno deve riempire d’acqua. Il primo problema che si pone non è sostituire la fonte con cui prova a riempirlo, ma chiudere i buchi. Nel 1988 con Palazzetti abbiamo costituito un comitato per l’uso razionale delle energie (c’era anche Tullio Regge, ndr) dove cercavamo di applicare queste idee. Mi ci sono appassionato perché era la maniera di dare concretezza a un’esigenza etica. Tutto il nostro sistema economico fondato sulla crescita della produzione di merci è un sistema che ha bisogno di valorizzare gli sprechi per far crescere la domanda».

Professore, ce lo spiega bene come si fa la decrescita?

«Con due elementi: la tecnologia e il cambiamento degli stili di vita. La tecnologia da sola non basta perché l’aumento di efficienza non necessariamente si traduce in una riduzione dell’impatto ambientale. Se per esempio un’innovazione tecnologica mi consente di avere un’automobile che percorre 20 km con un litro di benzina mentre prima avevo un’automobile che ne percorreva 10, non è detto che io automaticamente dimezzi i miei consumi. Siccome mi costa di meno, posso fare più strada… Allora, accanto alle tecnologie occorre il cambiamento degli stili di vita. C’è poi un terzo aspetto che è la politica istituzionale. Facciamo l’esempio di una famiglia che voglia cambiare il suo stile di vita e vivere in una casa che sprechi meno energia: non può farlo se non ci sono delle aziende in grado di fornirgli i prodotti adeguati. Ma questo processo può essere favorito dal fatto che un’amministrazione comunale faccia un allegato energetico al regolamento edilizio in cui scrive “non daremo la licenza di abitabilità a delle case che consumino più di un tot di energia”. La somma della volontà di cambiamento degli stili di vita, delle tecnologie e delle misure di politica amministrativa è in grado di mettere in moto un meccanismo di riduzione degli sprechi. Di decrescita felice, appunto».

Perché “felice”?

«Questo aggettivo non è un fatto accessorio, ma sostanziale. Non è che una persona o una società che fanno la decrescita siano più felici di chi non la pratica, ma la differenza anche fra me, Latouche e altri è che noi distinguiamo come elemento concettuale fondamentale i beni dalle merci. Questo è il punto. Il PIL, il prodotto interno lordo, è solo un indicatore monetario della crescita e dunque può prendere in considerazione soltanto le merci che vengono comprate e vendute, noi i beni che vengono prodotti».

In sostanza lei sta dicendo: se io vengo a lavorare nel suo orto e lei alla fine mi dà una cassetta di mele, il PIL non si alza di una virgola, però come qualità di vita…

«E’ migliore, appunto. Allora diciamo che la decrescita si realizza non come scelta di carattere etico, ma come uso dell’intelligenza per ridurre il consumo di merci e aumentare i beni, quindi l’autoproduzione e le forme di economia non mercantile basate – come l’esempio delle mele dell’orto – sul dono e sulla disponibilità».

Lei afferma che costruendo case “verdi” che consumino un terzo di gasolio o metano di quelle che abbiamo, come succede in Germania o anche in provincia di Bolzano, risparmieremmo, e quel risparmio potrebbe essere investito in posti di lavoro e stipendi di chi ristruttura, coibenta, etc. Quindi un vantaggio doppio: ecologico ed economico insieme. Per fare questo occorrono atti amministrativi, e si è detto. Ma come costruire nuove abitazioni se il mercato e saturo? E come intervenire sull’esistente visti i vincoli normativi?

«Bisogna distinguere. Se si costruisce sul nuovo si può ottenere il massimo del risultato, ma il problema energetico non è fare case nuove che consumino poco perché c’è tutto il grosso del patrimonio edilizio che consuma troppo. Quasi la metà di tutta l’energia che importiamo viene consumata negli edifici. Quindi occorre sviluppare delle tecnologie in grado di ridurre gli sprechi negli edifici esistenti. In qualche caso devono essere abbattuti, in altri bisogna lavorare in maniera molto accurata e minuziosa, tenendo conto anche dei vincoli ambientali-paesaggistici che vengono messi perché giustamente la storia va anche rispettata. In ogni caso le case costruite all’inizio del Novecento sono energeticamente più efficienti delle altre perché, quando l’energia era poca e costava cara, venivano costruite in un certo modo, mentre quelle costruite dopo, sulla base della potenza energetica e anche della sua arroganza, consumano quantità di energia spaventosa. E’ più difficile e complesso ristrutturare l’esistente ma non è impossibile. Questa è la sfida».

Un’altra sua proposta: automobili non se ne vendono più e dunque – lei sostiene – si potrebbe fare la riconversione produttiva delle fabbriche utilizzando i motori per uso edilizio. Ci sono già molti Comuni che lo fanno con impianti medio-grandi. Che risponde a chi le fa notare che i cogeneratori, in fondo, sono dei piccoli inceneritori e come tali altamente inquinanti?

«Eh no, un momento. Cogenerazione significa generazione contemporanea di energia elettrica ed energia termica. Se io al posto della caldaia metto un motore automobilistico che brucia metano, collegato con un alternatore, posso produrre energia elettrica e riscaldare la casa, ma non solo perché con quello stesso metano che uso oggi io posso anche produrre energia elettrica per dieci case equivalenti. Il problema non è la cogenerazione, ma come alimento il motore. Se uso il gas metano non ho nessun impatto in più, se lo alimento con il biogas proveniente dalla fermentazione anaerobica delle deiezioni animali io recupero anche l’energia contenuta in questi scarti organici senza nessun processo di combustione. Certo, il mini-impianto di cogenerazione della mia casa lo devo fare su esigenze di calore e poi avrò un surplus di energia che posso riversare in rete, mentre al contrario se faccio un impianto grande produco energia elettrica sul posto e poi distribuisco il calore. Distribuire il calore significa avere spese molto grosse per i tubi di riscaldamento, quindi è un’operazione che sta in piedi soltanto se viene finanziata con denaro pubblico».

Lo sa cosa dicono? Che la Decrescita, nel suo essere antiproduttivista e anticonsumista, è una “malattia senile” dell’economia…

«Qui ci sono due cose fondamentalmente che vanno considerate. La prima cosa è la sobrietà: una persona sobria è una persona che fa durare gli oggetti, che riduce la loro impronta ecologica ma che compra poco, il necessario, mentre ogni anno si produce e quindi si dovrebbe comprare di più. La virtù della sobrietà è stata sradicata dalla testa della gente perché è stata trasformata nella taccagneria. Che è un vizio. Se tu non ti cambi la maglietta tutti gli anni perché la moda te lo impone, sei un taccagno. Se non hai la macchina più grande dell’altro… Insomma tutto questo grande meccanismo per far considerare un valore la dissipazione, l’effimero. Il secondo aspetto è stato smontare dalla testa delle persone il valore della conservazione e introdurre una mentalità progressista, secondo la quale il nuovo è di per sè meglio del vecchio».

Il part time, che è un po’ il famoso slogan “lavorare tutti, lavorare meno”, ma che in Italia è ai minimi europei quanto a contratti di lavoro (14%, in Olanda è al 48%) è un’idea “decrescente”?

«Se dovessi fare un volo pindarico e immaginassi una società in cui non c’è più il mercato finalizzato alla crescita, le persone di questa società io le immagino che il loro tempo, a parte quello che dormono, lo debbano dividere in tre parti: una parte per produrre delle merci per avere il denaro per poter comprare, sotto forma di merci, i beni che non possono autoprodursi. Quindi l’occupazione, il part time. Una seconda parte del tempo da dedicare al lavoro per autoprodurre dei beni, quindi un lavoro non retribuito che comunque consente di ridurre la propria necessità di acquistare le cose. E una terza parte da dedicare alla creatività, alle relazioni umane, alla spiritualità, eccetera. Il part time si colloca allora all’interno di una reimpostazione generale della vita che consenta di dedicare spazio all’autoproduzione di beni e alle relazioni umane. Tutto questo comporterebbe non soltanto nessuna riduzione nel benessere anche materiale, ma uno sviluppo molto forte della creatività, perché i lavori di autoproduzione hanno comunque una dimensione creativa superiore alla maggior parte dei lavori fatti a scopo retributivo».

Perché non si fa?

«Perché la cultura dominante ha convinto le persone che il senso della vita è avere soldi e comprare cose. Se la riduzione del tempo del lavoro come occupati, cioè alle dipendenze di qualcuno, comportasse una riduzione del reddito le persone non l’accetterebbero. La cosa principale nostra è quella di fare una rivoluzione culturale, di elaborare una nuovo sistema di valori, di modelli di comportamento, di priorità, etc., affinché si capisca che una vita spesa nel trinomio produci-consuma-crepa non ha nessun senso. E una vita in cui invece vengono valorizzate al massimo le relazioni umane, la creatività, la capacità di autosufficienza, eccetera, è una vita che ha un senso molto più profondo dell’altra».

Riconversione edilizia, riduzione degli sprechi energetici, part time: visto che a fine mese ci sono le elezioni, le risulta che questi argomenti compaiano nelle agende di qualche partito?

«Di nessuno, perché tutti i partiti di destra e di sinistra rientrano all’interno della logica della crescita. In tutte le loro sfumature sono varianti di questa ideologia. L’unica cosa che li differenzia sono i criteri di distribuzione della ricchezza monetaria prodotta dalla crescita: la destra vuole che lo faccia il mercato, la sinistra s’impegna solo per fare le parti più giuste. Però entrambi sono per la crescita. Per questo noi in questo momento non vediamo una rappresentanza politica in grado di rappresentare queste esigenze, a parte il Movimento 5 Stelle (M5S). Distinguerei però Beppe Grillo dal M5S. Io collaboro con molti gruppi dei M5S, ma mi pare che la struttura del partito messo in piedi da Grillo lasci molto a desiderare».

Potreste scendere direttamente in politica voi…

«Quello che ci interessa è fecondare con le nostre riflessioni le persone e soprattutto i gruppi che avranno un ruolo nelle istituzioni».

Furio Stella

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