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Società industriale e società sostenibile

Che cosa caratterizza la nostra attuale cultura industriale e come potrebbe essere caratterizzata una eventuale futura cultura sostenibile?

Per provare a mettere in evidenza quelle che ritengo interessanti differenze tra le suddette culture riporto qui una tabella, tratta dal libro "Permacultura" di David Holmgren, secondo me illuminante. Holmgren mette a confronto le due culture, quella industriale appunto, che ha caratterizzato gli ultimi tre secoli, e quella della sostenibilità, concetto questo solitamente usato da chi parla di decrescita, transizione, permacultura. Ho aggiunto alcuni miei spunti di riflessione per aiutare a chiarire i vari punti.

Categorie Cultura industriale Cultura sostenibile/decrescita/permacultura
Fonti energetiche Non rinnovabili Rinnovabili
Flussi materiali Lineari Ciclici
Capitale naturale Consumo Conservazione
Organizzazione Centralizzata Rete decentrata
Dimensioni Grandi Piccole
Movimento Veloce Lento
Retroazione Positiva Negativa
Focus Centro Periferia/margine
Attività Cambiamento episodico Stabilità ritmica
Pensiero Riduzionista Olistico
Genere Maschile Femminile

Riguardo alle fonti energetiche, la nostra società è fortemente dipendente da fonti non rinnovabili, soprattutto petrolio, gas e carbone, oltre all'uranio. Stiamo consumando tali fonti ad un ritmo insostenibile, tanto che entro la metà di questo secolo la loro produzione sarà notevolmente minore di quella odierna e tra un centinaio d'anni sarà minima, carbone compreso (senza contare il picco di produzione di questo decennio) (si veda ad esempio il sito di ASPO) .

Riguardo ai flussi di materiali prendiamo ciò che la natura ci ha regalato e lo trasformiamo in rifiuto per la società e in inquinante per la natura stessa. Così facendo consumiamo, anziché conservare, il capitale naturale, fonti fossili comprese. Inquiniamo le falde, degradiamo i suoli con concimi chimici, minacciamo la biodiversità e miniamo le basi stesse della nostra sopravvivenza come specie.

L'organizzazione della società industriale è centralizzata. La tendenza alla globalizzazione spinge all'accentramento delle risorse e dei capitali, al grande commercio, all'edificazione di pochi potenti monopoli. Le dimensioni sono grandi o grandissime. Il piccolo non è concepito e se non riesce a diventare grande peggio per lui, è giusto che si estingua. E il concetto delle dimensioni non riguarda solo il commercio, ma tutto quello che ci circonda. La società stessa è un gigante obeso che tenta di ingrandirsi sempre più, che collassa sotto al proprio peso e che si muove come una mandria di elefanti impazziti. Questo è certamente in contrasto con la decrescita e soprattutto con il principio 9 della permacultura: "Piccolo e lento è bello", sottotitolato: "più sono grossi e più rumore fanno cadendo".

La società industriale è veloce. Ma lo è troppo poco e vorrebbe esserlo ancora di più. La produzione è sempre troppo lenta, le prestazioni sono sempre troppo scarse, l'efficienza sempre troppo bassa, le strade sempre troppo strette, le automobili sempre poco prestanti, la crescita sempre troppo insoddisfacente. Mi chiedo cosa penserebbe un omuncolo in giacca e cravatta di fronte alla lentezza che si sperimenta coltivando la terra.

Nella società industriale, della crescita, la retroazione è sempre positiva. Ogni cambiamento mette in moto dei processi che amplificano il cambiamento iniziale, che a sua volta amplifica i cambiamenti secondari. Ogni cosa amplifica e si auto-amplifica, al fine di crescere sempre più. Nella società della decrescita i cambiamenti sono lenti e graduali, e tendono a smorzarsi nel tempo.

La società industriale mette il focus al centro e considera la periferia come un sobborgo da inglobare. La permacultura e la società sostenibile danno valore al margine, luogo molto più ricco del centro, perché è il punto d'incontro tra territori con caratteristiche e culture differenti. Un insieme di orti è ricco di margini (i confini dei vari orti, le siepi, gruppetti di arbusti o piantine divisorie, piccoli canaletti, passaggi) e quindi ricco di interazioni e fervido di cambiamenti. Una monocultura ha molto meno margine, è un vasto territorio (tutto centro) sempre uguale. La ricchezza in termini di bio-diversità e incroci non è neppure lontanamente comparabile.

La società industriale ha un tempo lineare e non ciclico. Si va sempre e solo in una direzione ben definita. Le generazioni future hanno avuto sempre più benessere delle precedenti. Il pensiero che il benessere non aumenti o possa diminuire non è preso in considerazione. Si tratta di un cambiamento non sostenibile, perché una crescita continua non è possibile in un ambiente finito. Per questo un tempo lineare non può che essere episodico. Si sale per un tempo anche lungo e poi si scende per un tempo anche lungo. Al contrario, una società sostenibile è fatta per durare a tempo indefinito, e possiede quindi una stabilità ritmica, dove le cose si ripetono decennio dopo decennio.

La società industriale è basata sul pensiero riduzionista, che tenta di isolare i vari aspetti e studiarli singolarmente, pensando che l'insieme sia uguale alla somma dei componenti. La società sostenibile e la permacultura applicano invece un approccio olistico, cioè d'insieme. L'approccio riduzionista è più semplice di quello olistico e per questo viene applicato più frequentemente, ma proprio perché non tiene conto del risultato d'insieme conduce a risultati non armoniosi e insostenibili. Ad esempio la gestione dello scarto attraverso un approccio riduzionista tende a massimizzare le catene lineari dalla produzione alla discarica, da una parte si esauriscono le risorse e dall'altra si accumulano scarti. Il singolo problema, la catena produttiva, viene isolato dal resto e trattato singolarmente. Di fatto è un approccio sbagliato e non sostenibile. L'approccio olistico considera ogni aspetto in relazione agli altri e tende a creare flussi di materiali ciclici e una maglia di intrecci. La gestione olistica richiede una visione d'insieme del problema (e del sistema all'interno del quale quel problema è inserito), quella riduzionista no.

Infine, riguardo al genere maschile/femminile, concordo con la classificazione fatta da Holmgren. La società industriale porta in sé i germi del conflitto e della distruzione tipici della cultura maschile, è rapida nel creare e nel distruggere o, più recentemente, nel distruggere per poter ricreare. La società sostenibile, la decrescita, la permacultura, con la loro lentezza e ciclicità portano con sé le idee della creazione e della protezione tipiche della donna. Ci aveva provato anche Pallante a rimarcare tale concetto nell'articolo la decrescita è donna. Per quanto mi riguarda sono convinto che i deliri di grandezza degli ultimi tre secoli possano essere visti, a livello globale, come la dimostrazione del fallimento della cultura maschile del controllo, dell'ansia delle dimensioni e delle smanie di grandezza, della competizione e delle divisioni (destra / sinistra, est / ovest, superiore / inferiore), e perché no, del senso di inferiorità cronica nei confronti della donna e della Natura (all'interno della quale la parte femminile è a parere di chi scrive la più complessa e “importante”). Sono abbastanza certo del fatto che un passaggio ad un punto di vista più femminile aiuterebbe a tenere a bada queste super smanie di crescita infinita e a produrre una società più sostenibile.

Aggiustamento dell'omonimo articolo (sempre scritto da me) preso da qui: http://www.lanxsatura.org/articolo/societa-industriale-e-societa-sostenibile

Commenti   

 
0 #1 Francesco de Feo 2013-10-16 11:21
Un plauso all'estensore dell'articolo, una visione olistica/sintetica/ecologica.
Una profonda coscienza ecologica deve essere consapevole della interdipendenza di tutti i fenomeni ed esseri, l'antropo europeo non dovrebbe più essere "antropocentric o" esasperato, vedesi da tre secoli a questa parte, il colonialismo etc..etc..
Una visione del mondo basata non più su un tempo lineare ed irreversibile ma ciclico..come ciclica è la natura, secondo tempi diversi e possibilità, in cui tutto ha inizio ed una fine, per poi ripetersi.. reiniziare come nuova..ed anche, perche nò, una sorta di wilderness nella propria anima...venire dall'infinito e tendere all'infinito...

Thank you.

Un saluto.

Francesco.
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0 #2 Antonio Gallo 2013-10-16 13:14
Francesco, grazie del commento!

Antonio
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