mdfpadova

Il paesaggio, bene comune

Questo  drammatico divorzio fra principi altissimi (la Costituzione) e cattive pratiche di governo richiede rimedi forti ...

Tratto da “Domenica”, inserto culturale settimanale de “Il Sole 24 ore” del 6 ottobre 2013

di Salvatore Settis

 

Viviamo in Italia uno strano paradosso:possiamo vantarci di un paese che per secoli è stato chiamato “il giardino d’Europa”, e che è stato il primo al mondo a porre la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico tra i principi fondamentali della propria Costituzione (articolo 9); eppure, assistiamo quotidianamente alla cementificazione di preziose aree a vocazione agrigola, al declino dele istituzoni pubbliche della tutela, al tramonto della coscienza del bene comune che dovrebbe accompagnarle, al generale degrado del nostro paesaggio.


 

Questo  drammatico divorzio fra principi altissimi (la Costituzione) e cattive pratiche di governo richiede rimedi forti, a cominciare da un ripensamento e rilancio delle istituzoni di tutele, programmaticamente indebolite negli ultimi anni dallo spietato taglio dei fondi e dal blocco delle assunzioni. Ma c’è qualcosa di ancor più importante: la formazione e la crescita di una vigile consapevolezza civile. Su questo fronte come su tanti altri, la scuola dovrebbe essere ilcuore del paese, se vogliamo costruire un futuro degno della tradizione nazionale: una scuola, s’intende, che non sia mero serbatoio di nozioni ma viviaio di una coscienza critica che possa essere il principale ingrediente per la vita associata, la solidarietà sociale, l’equità e le libertà democratiche.

La vigilanza dei cittadini più sensibili, quelli che si riuniscono in movimenti locali o in associazioni nazionali può essere in questo senso un fattore fondamentale, un’avanguardia. Sparsi come sono in ogni angolo del territorio nazionale, i cittadini possono esercitare sorveglianza su quanto accade, individuare guasti e pericoli, avanzare proteste e proposte, salvaguardare i paesaggi e contribuire alla creazione di una più alta coscienza civile, supremo baluardo al degrado che ci assedia e ci opprime.

Il fatto che la tutela del paesaggio sia fra i principi fondamentale dello Stato è, in questa necessaria battaglia, un’arma importante, anzi la più importante, politicamente e giuridicamente più efficace di tutte le leggi nazionale e regionali, ma anche della Convenizione europea del paesaggio, che offre buoni indirizzi, ma una tutela debole. Tre sono le caratteristiche principali dell’articolo 9, nella sua incisiva formulazione: “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Primo: la connessione forte tra sviluppo della cultura, ricerca, tutela. Come ha detto il presidente Ciampi in un discorso al Quirinale del 5 maggio 2003, questo è “l’articolo più originale della nostra Costituzione”, che “offre un’indicazione importante sulla missione della nostra patria, su un modo di essere e di pensare al quale vogliamo e dobbiamo essere fedeli; (…) la stessa connessione tra i due commi dell’articolo 9 è un tratto peculiare: sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio, formano un tutto inscindibile. Anche la tutela dunque dev’essere concepita non in senso di passiva protezione ma in senso attivo, e cioè in funzione della cultura dei cittadini: deve rendere il nostro patrimonio fruibile da tutti”.

Secondo: nesso primario tra tutela del paesaggio e tutele del patrimonio storico e artistico, una tradizione culturale tipicamente italiana già operante quando il vicerè  Bartolomeo Corsini firmò (21 agosto 1745) l’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia che simultaneamente imponeva la conservazione di un complesso monumentale (le antichità di Taormina) e di una porzione di paesaggio (i boschi presso l’Etna).

A questa stessa matrice risale la principale legge oggi vigente, il Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004), che ha il suo maggior precedente nelle due leggi Bottai, entrambe approvate nel giugno 1939, che tutelavano in parallelo patrimonio e paesaggio.

Terzo: la convergenza delle nozioni giuridiche di “paesaggio” e di “ambiente”. Nella Costituzione non si parlava di “ambiente”, ma la Corte costituzionale ha riconosciuto che la tutela dell’ambiente è valore costituzionale primario e assoluto, in quanto espressione dell’interesse diffuso dei cittadini, determinato dalla confluenza dell’articolo 9 con l’articolo 32, secondo cui “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Concezione avanzatissima di “ambiente”, secondo cui il danno ambientale (per esempio l’inquinamento delle acque) danneggia la salute del corpo quanto il danno paesaggistico (per esempio la cementificazione di coste e aree agricole) può danneggiare l’equilibrio della nostra mente.

Essenziale in questo quadro è la tutela dei suoli agricoli. Sempre più chiaro è, infatti, che nulla difende il paesaggio e l’ambiente quanto un’agricoltura di qualità. Una porzione vastissima del territorio nazionale è paesaggio agrario, segnato da una millenaria civiltà contadina, che si intreccia in modo inestricabile con la cultura delle élites: il paesaggio pasmato dalla mano e dalla vanga è lo stesso che è stato cantato dai poeti, rappresentato dai pittori, esaltato dai visitatori del “Grand Tour”. L’intima fusione di paesaggio e patrimonio storico-artistico ha nell’uso agrario dei suoli il suo punto di sutura, in un equilibrio armonico che le cementificazioni selvagge degli ultimi decenni hanno offeso e devastato.

Raramente si riflette che gli sviluppi urbani “a macchia”, quel che si vuole oggi chiamare urban sprawl, si fanno quasi sempre a spese di suoli agricoli di eccezionale fertilità come la Campania o la pianura lombardo-veneta.

Il nesso paesaggio-ambiente, costituzionalmente garantito, esalta e rispecchia il nesso fra salute e bellezza. Un suolo adeguatamente tutelato, anche nei valori di civiltà propri della tradizione agricola del nostro Paese, vuol dire anche produzione di cibo sano e sufficiente a nutrirci, ma anche all’altezza della nostra cucina. Deve voler dire anche una politica di efficace intervento, curativo e preventivo, contro il dissesto idrogeologico, contro l’estesa franosità del territorio, contro la fragilità delle nostre coste e delle isole, contro il diffuso rischio sismico.

La priorità data alla conservazione e promozione dei paessaggi agrari può avere, in un contesto come questo, un altissimo valore: può incarnare infatti non solo il rispetto per i nostri padri, per le leggi e per la Costituzione; ma anche un principio etico sempre più urgente, il rispetto per i diritti delle generazioni future, alle quali non possiamo lasciare un paesaggio devastato.

Ma che cosa può fare il cittadino per contrastare, armato di quest principii, il degrado che ci assedia? Sia la convenzione di Aarhus (1998), ratificata dall’Italia nel 2001, sia due direttive del Parlamento europeo in tema ambientale (2003/4, recepita in Italia nel 2005, e 2003/35, recepita nel 2008) incoraggiano forme di azione popolare da parte dei cittadini singoli o di associazioni; prima ancora, tali iniziative sono consentite dalle leggi italiane. Per esempio, la valutazione di impatto ambientale (legge 241 del 1990) prevede l’intervento di “qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonché dei portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati”. Queste e altre forme di azione popolare, radicate nella nostra tradizione giuridica a partire dal diritto romano, hanno ritrovato negli ultimi anni sempre più frequente espressione, anche in recenti sentenze della Corte di cassazione, per esempio sulle valli da pesca della laguna di Venezia. La protesta e l’indignazione dei cittadini non devono dunque restare chiuse in se stesse, ma possono trovare espressione legale, contribuendo non solo a “salvare” situazioni singole ma, e questo è ancor più importante, a costruire nella società la consapevolezza dei problemi e ad alimentare agli anticorpi civili al crescente degrado.

Questa linea di azione collettiva corrisponde pienamente al “potere negativo” dei cittadini come custodi delle istituzioni (adversary democracy). In una democrazia rappresentativa è cruciale, infatti, che la comunità dei cittadini sappia vigilare, giudicare, influenzare e censurare i legislatori e le istituzioni. Senza sostituirsi alla rappresentanza politica, questo “potere negativo” ne è anzi l’indispensabile contrappeso e complemento, secondo una “dinamica incessante delle reazioni della società politica civile alle azioni della società politica istituzionale”(Rosvallon), assicurando il miglior funzionamento possibile delle istituzioni democratiche. Difendere la natura e la cultura è dunque esercitare pienamente il proprio ruolo di cittadini, a vantaggio del Paese e del bene comune, cioè delle generazioni future.

Commenti   

 
-1 #1 pietro 2013-10-07 13:57
è proprio sulla base di queste idee e di questi valori, e soprattutto di questa idea di azione collettiva/popo lare, che vi invitiamo a partecipare numerosi alla "giornata nazionale per la difesa dei territori e dei beni comuni" del 12 ottobre.
uniti ed attivi possiamo farcela!
Citazione
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

MDF Padova su Facebook

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI MDF PADOVA!

Scrivi la tua mail nel form sottostante. Riceverai periodicamente notizie relative ai nostri incontri ed eventi!

Nessun evento

MDF SU LACOSA CHANNEL

I GAS a Padova

Movimento Decrescita Felice Circolo Territoriale di Padova

via Tiziano Aspetti 251

35134 Padova

Codice Fiscale: 92253060286

Copyright 2013© Mdf Padova
Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se continui a navigare accetterai l'uso di questi cookie. Ulteriori informazioni OK