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È l’interesse, stupido!

 Verità scomode sulla finanza e il suo influsso sulle nostre vite

È l’interesse, stupido!

Vietato dalla Bibbia e dal Corano, il prestito a interesse è ormai accettato da tutti... o quasi.
Dalla Svezia, l’esperienza di Jak sta per giungere anche in Italia. Banca, a interessi zero!

 

Nelle pubblicazioni ed articoli di economia sono ormai innumerevoli le analisi volte ad identificare i mali dell’economia, i possibili rimedi ed i molteplici fattori su cui poter intervenire. È interessante però vedere in particolare il ruolo sperequativo che svolge l’interesse nel tessuto economico e finanziario

Nella finanza pubblica l’interesse è drammaticamente legato al vortice del debito. Se si analizza il bilancio dello Stato italiano si nota che gli anni bui del debito pubblico vanno dal 1980 al 1996, un quindi-cennio durante il quale il debito cresce 10 volte: da 114 a 1.213 miliardi di €. Ma non fu solo per troppe spese! Nel luglio del 1981, per ottemperare agli accordi stabiliti a livello europeo in vista dell’adozione dello SME (Sistema Monetario Europeo), mediante “…una decisione tecnica, sottratta al controllo democratico1…” avvenne il cosiddetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia. In pratica, la Banca d’Italia venne sollevata dall’ “obbligo” di acquistare titoli emessi dal Tesoro per finanziare il fabbisogno dello Stato (emettendo moneta) a tassi relativamente convenienti. Per finanziare la spesa pubblica, lo Stato italiano da allora in poi fu costretto a collocare i titoli del Debito Pubblico nei mercati finanziari internazionali, a tassi d’interesse ben maggiori.

Dal 1980 al 1992 la spesa primaria fu superiore alle entrate (deficit) per 140 miliardi di €. Ma il vero problema furono gli interessi che oscillavano fra il 12 e il 20%. Bisognò attendere il 1996 per vederli scen-dere sotto al 9%. In parte ciò era dovuto alle scelte degli USA che avevano bisogno di soldi per finanziare lo scudo spaziale. Non volendo alzare le tasse, si finanziavano richiamando capitali dal resto del mondo offrendo alti tassi di interesse. Gli altri paesi assetati di prestiti non avevano altra scelta che offrire di più.

Nel trentennio 1980-2011, per 14 anni lo Stato ha avuto spese per servizi superiori alle entrate (di-savanzo primario). Ma negli altri 17 è stato al di sotto (avanzo primario) producendo un risparmio netto finale di 484 miliardi. Ma 2.141 miliardi di interessi pagati in quel periodo ci hanno fatto indebitare all’inverosimile2. Tutti i governi successivi al 1992,con l’eccezione del 2009-2010, hanno mantenuto la spesa primaria al di sotto delle entrate. Ma il debito ha continuato a crescere per effetto degli interessi arrivando a fine 2012 a 1966,3 miliardi € (127% sul PIL).

Ci troviamo quindi in una situazione di anatocismo finanziario: si sottoscrivono cioé nuovi debiti per pagare gli interessi sui debiti pregressi, senza giungere mai al rimborso completo del debito.

La soluzione a questo punto appare unica ma assolutamente impraticabile; l’economia deve cre-scere indefinitamente, ad un tasso pari o superiore all’interesse. Ma ormai i limiti di un tale modello di sviluppo sono stati raggiunti, se non già superati, Esaurimento delle risorse naturali, inquinamento, riscal-damento globale e accumulazione di rifiuti senza riciclo ne sono la prova evidente. Questo tipo di sviluppo (esponenziale) non trova alcuna corrispondenza nel mondo naturale, dove organismi e sistemi ecologici si sviluppano invece seguendo un andamento logaritmico, con crescita elevata negli anni iniziali che via via rallenta nell’età adulta stabilizzandosi ad un livello di equilibrio tra nascite e decessi (sia a livelo cellulare che tra i componenti di una collettività). Lo sviluppo esponenziale appare solamente in caso di malattia e precisamente nel tumore, nelle infezioni da virus e parassitosi, dove ad un certo punto l’organismo attaccato ne viene invaso a tal punto da morirne.

Oltre a costringere il sistema ad una crescita innaturale, l’interesse produce altri effetti nefasti, quali inflazione e sperequazione.

In base a studi effettuati dall’economista tedesca Margrit Kennedy3, i prezzi di tutti i beni e servizi scambiati all’interno di un sistema economico sono costituiti mediamente per il 40% da interessi, proprio perché lungo la filiera produttiva i vari operatori economici ricorrono al credito bancario, pagano interessi e li riversano nel prezzo finale.

Vi è di più. Suddividendo la popolazione in dieci fascie di reddito crescente e confrontando i saldi tra interessi pagati e riscossi, emerge che nelle prime otto classi (80%) gli interessi versati sono molto superiori a quelli percepiti, mentre nella nona (10%) il saldo è praticamente in pareggio. Nella decima classe (la più ricca) gli interessi percepiti superano di circa due volte queli versati. Ma se si analizza ulteriormente quest’ultimo 10% si scopre che nell’ultimo 1% il rapporto interessi attivi/passivi è di 15 a 1 e nell’ultimo 0,01% è di 2000 a 1! Appare quindi evidente come l’interesse trasferisca ricchezza dalle classi meno agiate a quelle più abbienti. I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Esiste quindi una soluzione che coniughi sostenibilità, benessere ed equità? Una soluzione (non certo esaustiva e da coordinare con altre in diversi ambiti) esiste; può sembrare utopica e paradossale, ma è possibile solo se la mente umana riesce (come scriveva J. M. Keynes) “a sottrarsi alle vecchie idee che sono radicate in ogni angolo delle nostre menti.” Una di queste è che l’interesse sul debito (o prestito) sia una pratica lecita, legittima e “naturale”.

In tempi antichi non lo era affatto. Tra i dettami fondamentali contenuti nei testi sacri delle tre maggiori religioni monoteistiche vi era l’espresso divieto di praticare interesse ed usura. Nelle Bibbia (riferimento per ebrei e cattolici) vi sono innumerevoli passi riferiti a questo e nel Corano si fa espresso divieto del “Riba” ossia del “pagamento di interessi legati al fattore temporale, frutto di una semplice rendita finanziaria non correlata ad un’attività reale”4. Con il tempo il rigore morale ha ceduto il passo alla seduzione esercitata dalla brama di potere personale ed economico.

Ma gli attuali segnali di insoddisfazione e malcontento testimoniano che questa via porterà all’autodistruzione del genere umano oltre che dell’ambiente circostante.

Un’economia libera da interesse però non potrà mai essere calata dall’alto perché proprio lì i maggiori gruppi di potere finanziario esercitano la loro pesante influenza. Solo un’iniziativa che sorga spontaneamente dal basso tramite iniziative popolari di democrazia diretta e partecipata finalizzata alla condivisione gratuita e solidale delle risorse economiche consentirà la nascita di piccole isole locali di equità che potranno fungere da catalizzatrici di rinascita sostenibile e da poli di aggregazione per un’economia “ad umana misura”.

Una di queste iniziative vide la luce in Svezia nel 1997. La Jak Medlemsbank è una banca di tipo cooperativo, senza fini di lucro, che raccoglie risparmio tra i soci senza corrispondere interessi attivi e li presta agli stessi senza richiedere interessi passivi, accontentandosi solo di una commissione di servizio per coprire i costi di gestione.

Qui in Italia, a distanza di undici anni, un gruppo di volenterosi, ispirati dal brillante esempio svedese, ha costituito l’Associazione Jak Italia ed il Comitato Promotore Banca Popolare Jak Italia al fine di replicare la felice realtà svedese. I vari adempimenti burocratici con Consob e Banca d’Italia sono già a buon punto ed entro pochi mesi partirà la campagna di sottoscrizione del capitale sociale. Sarà una banca democratica, “una testa, un voto”, indipendentemente dal numero di quote sottoscritte.

Per ulteriori dettagli ed informazioni siete invitati a visitare i siti segnalati in nota5, ed eventualmente ad esprimere il vostro interesse per una conferenza informativa da organizzarsi presso le vostre rispettive Associazioni.

Riccardo Faldani

__________________________________________________________________

1 Alberto Bagnai, Il tramonto dell’euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa, Ed. Imprimatur, 2012, pag. 134 e segg.

2 Fonte: kit_debito_pubblico_cnms.pdf; Centro Nuovo Modello di Sviluppo (www.cnms.it)

3 Margrit Kennedy, La moneta libera da inflazione e da interesse, 2006, Arianna Ed.
Vedi anche:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11074

4 Deloitte, Finanza Islamica, http://www.deloitte.com/view/it_IT/it/industries/financialservicesindustry/
Bankingsecurities%20/FinanzaIslamica/index.htm

5http://www.jakitalia.it/ ; http://www.comitatopromotorebancapopolarejakitalia.it/

Commenti   

 
0 #1 Ernestzigue 2018-03-05 22:52
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